giovedì 17 luglio 2008

COUNSELING E RELAZIONE DI AIUTO


Il counseling è un processo d'aiuto, rivolto ad una persona, una coppia , ad una famiglia in difficoltà, che resa consapevole dei propri bisogni e irrobustita nelle risorse interiori, è aiutata a trovare le risposte più adeguate alle situazioni problematiche che, nel "qui ed ora", si trova ad affrontare. E' un servizio finalizzato ad offrire a soggetti che presentano difficoltà nella propria vita emozionale e relazionale, la possibilità di effettuare (nell'ambito di un ciclo limitato di colloqui) un'esperienza di avvicinamento e di superamento delle proprie ansie.
Costituisce quindi un aiuto, in determinate situazioni di crisi, per specifiche difficoltà o qualora si abbia bisogno di una consulenza qualificata per operare una scelta. Scegliere di essere aiutati è sempre l’inizio di un processo di guarigione!

SCHOOLCOUNSELING


Chi Forma i Formatori?Avete mai sentito parlare di Schoolcounseling ?E’ la formazione specialistica di docenti e la predisposizione di sportelli di Schoolcounseling nelle scuole , per “facilitare il dialogo” mediante acquisizione di tecniche di relazione empatica (counseling) e agevolare negli allievi il superamento delle problematiche legate al mondo della scuola (difficoltà di inserimento nel gruppo classe, conflittualità con i compagni e con i docenti, disorientamento rispetto allo studio ed alle scelte future, riflessi e conseguenze di situazioni pregresse legate al contesto familiare ed affettivo che ricadono nel rendimento scolastico dell’alunno)
La Formazione intende rivolgersi prevalentemente a docenti delle scuole medie e superiori , con particolari attitudini alla comunicazione ed all’ascolto, che acquisiscano una nuova professionalità destinata ad espandersi anche in rapporto alle esigenze comunitarie, orientate ad una integrazione dei saperi e di nuove metodologie di intervento. Sono una Docente di una scuola di frontiera romana…Sono formata in Counseling scolastico….ma ho sempre lavorato PRIMA di TUTTO sul POTENZIALE UMANO”, sulla facilitazione della comunicazione.I mass media ,le nuove tecnologie SEMBRANO rendere la vita piu’ ricca e facile … ma il valore… il TESORO che e’ in ognuno di noi nella nostra UNICITA’ ed IIRRIPETIBILITA’ chi riesce a TRARLO fuori con sapiente arte MAIEUTICA?EDUCARE = EX DUCERE = PORTARE FUORI Che cosa ?LA parte MIGLIORE di NOI !!!Quanti Insegnanti oltre che dispensare SAPERE … COMUNICANO SAPERE e sollecitano il POTENZIALE che c’e’ ESISTE nell’allievo?Purtroppo sono per primi gli INSEGNANTI oltre ai GENITORI talvolta a MORTIFICARE lo sviluppo del potenziale … non riconoscendolo per primi DENTRO di LORO .Se si giunge a questi estremi e’ sicuramente dipeso dal sociale in cui viviamo :sociale famigliasociale scuola,sociale in cui gli interessi prevalenti spesso LOBOTOMIZZANO il cervello.ricordate il film MATRIX? Se puo’ interessante gia’ Thomas Gordon si interessava dell’efficacia dell’insegnamento:Gordon propone alcune metodologie utili in classe per creare un’efficace relazione fra insegnante e allievo e fra gli allievi stessi.Il clima è quello rogersiano: grande importanza rivestono l’accettazione, l’autenticità, l’empatia, la corretta comunicazione nel rapporto fra adulti e giovani al fine di promuovere l’autofiducia, l’autocontrollo, l’autodisciplina, la creatività, sviluppando così negli studenti il senso di autonomia e di responsabilità, nonché la capacità di contribuire nel definire le regole che governano la vita della classe.Gordon, considera che genitori ed insegnanti, pur mossi da buone intenzioni, tuttavia non sempre riescono ad aiutare i ragazzi nel risolvere le loro difficoltà, poiché si rapportano in modo sbagliato, ne bloccano la creatività, ne diminuiscono la fiducia in sé stessi, …Gli insegnanti trascorrono molto del loro tempo ad imporre la disciplina. I metodi basati sul potere e sulla repressione, anche se riescono a causare momentaneamente un cambiamento nel comportamento dello studente, di solito provocano resistenza, ritorsioni, ribellioni.Il linguaggio tradizionale connesso al potere è costituito dall’uso di termini come :punire, minacciare, porre dei limiti, mantenere l’ordine, controllare, dirigere, ordinare, sgridare, esigere, disciplina, rigidità, …Il problema della disciplina può essere risolto con l’autoritarismo o il permissivismo, entrambi metodi inadeguati, che implicano forte stress ed un rapporto di forza che sfocia inevitabilmente nella dinamica vincitori e vinti; con l’aggravio, per questi ultimi, del senso di sconfitta e sentimenti di rancore e rivalsa.Il problema del ruolo evidenzia come l’insegnante tema di apparire per quello che egli è, con pregi e difetti, … e si mostri come persona che “sa tutto”, non sbaglia mai, non perde mai la calma.Gordon si propone di insegnare a impostare una relazione efficace con gli studenti, ed a gestire le dinamiche interne di una scolaresca attraverso:• procedimenti che portano l’insegnante a “trasformare sé stesso” nel modo di trattare con gli allievi;• insegnare ai docenti ad incoraggiare e stimolare maggiori responsabilità nei giovani a loro affidati. Tre sono le tecniche fondamentali che il metodo Gordon propone per modificare i comportamenti inadeguati:1. l’ascolto attivo;2. il messaggio in prima persona;3. la risoluzione dei conflitti con il metodo del problem solving.Il problema della disciplinaGli insegnanti trascorrono molto del loro tempo ad imporre la disciplina.I metodi basati sul potere e sulla repressione, anche se riescono a causare momentaneamente un cambiamento nel comportamento dello studente, di solito provocano resistenza, ritorsioni, ribellioni. Il linguaggio tradizionale connesso al potere è costituito dall’uso di termini come punire, minacciare, porre dei limiti, mantenere l’ordine, controllare, dirigere, ordinare, sgridare, esigere, disciplina, rigidità, …Un’alternativa valida può essere offerta dall’uso di un nuovo vocabolario, che contiene parole come confrontarsi, collaborare, cooperare, andare d’accordo,mediare, negoziare, rispondere alle esigenze, risoluzione di problemi, …L’esperienza di Gordon, nei corsi “Insegnanti efficaci” ha portato a evidenziare, per la maggioranza dei docenti, una sorprendente mancanza di comprensione del rapporto insegnante–studente e spesso dei rapporti umani in generale.L’autore afferma che pochi insegnanti entrano in classe con un modello che serva da riferimento per guidare il loro stesso comportamento.Ma…………………… CHI FORMA ………….. I FORMATORI ?Chi decide di fare l’insegnante non puo’ solo saper dispensare SAPERE!

Comunicazione Efficace





La prima, elementare, definizione di comunicazione è "trasferimento di informazioni da un emittente ad un ricevente a mezzo di messaggi".Questa definizione è formalizzata nel 1949 da Shannon a Wear, due scienziati americani che lavorano ai laboratori Bell e si occupano di circuiti telefonici.Appare evidente che questo modello non tiene conto di molte variabili, che sono essenziali per comprendere perché, come, con quale efficacia avviene il processo di comunicazione. Ad esempio: - L'emittente chi è, che cultura ha, che scopi ha?- Il ricevente chi è, che cultura ha, che cosa si attende dall'emittente, che "immagine" ha di lui?- L'ambiente in cui avviene la comunicazione di che tipo è? E' partecipe o neutrale? I valori, le attese, gli atteggiamenti di chi è "intorno", quali sono e come influiscono nel modificare, distorcere, ridurre ed evidenziare i contenuti della comunicazione?
Sono tutti quesiti che rimandano a precisi campi di studio ed analisi.A questo proposito una particolare attenzione deve essere dedicata al problema di accettarsi di conoscere la cultura del ricevente. Infatti, accade meno infrequentemente di quanto si creda che il comunicatore (emittente) sviluppi un processo di comunicazione nella convinzione di essere compreso dal ricevente (destinatario), mentre il messaggio viene da quest'ultimo non compreso o completamente distorto, dando luogo a fraintendimenti disastrosi, per cui il bianco diventa nero e viceversa.Il problema di farsi capire, quindi, non è semplicemente un problema di codice linguistico (se uno mi parla in cinese o in giapponese, lingue che io ignoro, non lo capirò mai): è anche un problema di codice culturale.
Domanda: quante volte ciascuno di noi ha usato parole, concetti, locuzioni, che molto probabilmente il nostro interlocutore non ha compreso?
UNA RIVOLUZIONEE' però nel 1967 che avviene la "rivoluzione copernicana" negli studi sulla comunicazione. In quell'anno lo psicologo Watzlawick e altri suoi colleghi della "Scuola di Palo Alto" pubblicano un volume, "Pragmatica della comunicazione umana", in cui si afferma:
C'è una proprietà del comportamento che difficilmente potrebbe essere più fondamentale e, proprio perché troppo ovvia, viene spesso trascurata: il comportamento non ha un suo opposto. In altre parole non esiste qualcosa che sia "non comportamento" o, per dirla ancora più semplicemente, non è possibile non avere un comportamento. Ora, se si accetta che l'intero comportamento, in una situazione di interazione, (tra persone, esseri viventi, ecc.) abbia valore di messaggio, vale a dire è comunicazione, né consegue che, comunque ci si sforzi, non si può non comunicare.L'attività o l'inattività, le parole o il silenzio, hanno tutti valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni e, in tal modo, comunicano anche loro.Dovrebbe essere ben chiaro che il semplice fatto che non si parli o che non ci si presti attenzione reciproca non costituisce eccezione a quanto è stato asserito. L'uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in una tavola calda affollata o il passeggero di un aereo che siede con gli occhi chiusi stanno entrambi comunicando che non vogliono parlare ad alcuno né vogliono che si rivolga loro la parola; e i vicini, di solito, afferrano il messaggio e rispondono in modo adeguato, lasciandoli in pace. Questo, ovviamente, è proprio uno scambio di comunicazione nella stessa misura in cui lo è una discussione animata.
L'opera di Watzlawick apriva la via a tutto un ampio settore di ricerche e di scoperte.
La definizione di comunicazione veniva quindi, successivamente, riformulata nel senso che è comunicazione "qualsiasi evento, cosa, comportamento che modifica il valore di probabilità del comportamento di un organismo".
Pertanto, come vedremo, lo studio della comunicazione non si limita agli aspetti verbali (alle parole), ma si allarga a comprendere gli oggetti di cui l'emittente è circondato (abbigliamento, arredamento della stanza, ecc.) l'ambiente (la solennità delle cattedrali e dei tribunali, la sciattezza degli uffici pubblici, l’anomia delle aule scolastiche, l’asettica aria d'efficienza della sede di una multinazionale), il modo di gesticolare, di guardare, di alzare o abbassare la voce e così via.
Da ciò consegue che, non essendo possibile "non comunicare", occorre sempre porsi il problema di comunicare: occorre quindi formulare strategie, definire obiettivi, programmare attività di comunicazione.
Lasciare queste cose al caso non significa - come si è visto - "non comunicare" (che è impossibile): significa, invece, comunicare proprio ciò che non si vorrebbe: sciattezza, incongruenza tra parole e comportamenti, mancanza di stile e così via; significa lasciare l'interlocutore nella incertezza circa gli obiettivi e le finalità perseguite dall'emittente, con la possibilità per quest'ultimo di lasciarsi attribuire le intenzioni e gli obiettivi più assurdi o più contraddittori.
Per chi opera nella scuola questo significa che è impossibile non porsi un problema di comunicazione: ignorare questo argomento significherebbe semplicemente fare della cattiva comunicazione con degli effetti imprevedibili e non rispondenti alle intenzioni.
Anche in ambito scolastico dunque deve essere presente quel minimo di conoscenza in materia, necessario a consentire di evitare gli errori più macroscopici e possibilmente ottenere, al contrario, la realizzazione di una comunicazione efficace, motivante, esattamente rispondente alle finalità che l'emittente si propone di ottenere.
Finora abbiamo parlato di comunicazione come di un processo ad una sola direzione: dall'emittente al ricevente.
Di fatto, la comunicazione non è mai ad una sola via, perché sempre il ricevente è in grado di far sapere all'emittente, "come la pensa" e quindi non può non influire, con le sue parole e il suo comportamento, sul successivo procedere del processo si comunicazione.
Ma che vi sia interazione tra riceventi ed emittente è vero anche nel caso delle conferenze (tosse, rumori in sale, molti ascoltatori che si allontanano, segni di disattenzione) e persino delle trasmissioni radio - televisive (indici di ascolto, presenza pubblicitaria, lettere e telefonate, alla stazione emittente, di approvazione o di protesta, ecc.)
Dalla conoscenza di questi punti deriva un elemento di grande importanza: per sviluppare una buona comunicazione occorre saper ascoltare.
Il comunicatore che non ascolta è come un giocatore di ping pong che non riesce a prendere la pallina quando gli viene ribattuta dall'avversario.
Soltanto se ascoltiamo attentamente i nostri interlocutori possiamo realizzare una comunicazione efficace: in caso contrario si ha il soliloquio, il tipico discorso tra sordi, ovvero, peggio ancora, il comportamento autistico di colui che chiuso nel suo mondo di fantasia non riesce a comunicare.
Come ben si comprende, questo ha una grande importanza nel contesto scolastico. Un difetto molto comune, che viene compiuto allorché si comunica a scuola, è appunto costituito dalla scarsa attenzione per quanto ha da dire il nostro interlocutore. Si parte "sparati" ad affermare questo o quello, a fare proposte, a lamentarsi, o a redarguire, senza ascoltare o ascoltando poco o niente.
Così si perde tempo da entrambe le parti, perché la comunicazione sarà priva di quei risultati che invece avrebbe potuto produrre se le obiezioni o le proposte avanzate dall'interlocutore fossero state ascoltate e quindi accettate in tutto o in parte, o anche respinte, ma sulla base di buone argomentazioni capaci di convincere colui che aveva fatto obiezioni.Insomma, è chiaro che la reale, genuina attenzione per i bisogni e le prospettive dell'interlocutore costituisce sempre e in ogni circostanza la premessa indispensabile allo svolgimento di un efficace processo di comunicazione.
L’ENERGIA NELLA COMUNICAZIONE A SCUOLA
Chi comunica , orienta e dirige il proprio sforzo per farsi comprendere, per influenzare, per valutare, per ascoltare ed esprimere: problemi, necessità, interessi, opinioni, ecc. Tutto ciò ci permette di entrare in relazione di comunicazione con gli altri.Come esempio di tale atto comunicativo vogliamo presentare come avviene l’investimento di energia che spesso viene richiesto nella relazione tra insegnanti e allievi. Ciò che il ragazzo comunica all’insegnante è influenzato dalla reciproca percezione.Il processo di percezione è determinato dalla valutazione che si ha della persona con cui si interagisce. Questa valutazione definisce il processo di attribuzione di intenzioni in funzione dell’azione comunicativa in atto tra gli attori stessi della comunicazione: richiesta di aiuto, valutazione, ordine, sanzione, ecc…
L’allievo, in relazione alla sua attribuzione verso l’insegnante, per comunicare deve investire la sua energia in differenti aspetti, tra cui:
1. Comprendere ciò che l’insegnante vuole;2. Capire come dovrebbe dire ciò che l’insegnante desidera;3. Prestare molta attenzione a non dire o esprimere non verbalmente ciò che l’insegnante non vuole sentirsi dire, viceversa fornire la risposta attesa;4. Far comprendere all’insegnante ciò che egli stesso desidera.
Se ci troviamo in un clima relazionale di tipo giudicante /doveristico o in una situazione in cui non si sono mai elaborate congiuntamente, le reciproche attribuzioni insegnante-allievo, una grande quantità di energia verrà utilizzatata dal ragazzo per auto-controllarsi in funzione dei punti 1 e 3 sopraesposti.E’ chiaro che un processo di questo tipo si sviluppa a danno dell’energia utilizzabile invece in favore di una comunicazione efficace espressa dai punti 1 e 4 in funzione di un miglioramento dell’ apprendimento e di una interazione più soddisfacente per entrambi gli attori.
UNA CHIAVE DI LETTURA RELAZIONALEQuando due persone si incontrano cercano di stabilire delle relazioni e di comunicare, essenzialmente per ottenere dei segni di riconoscimento che potremmo definire con: stimolo, contatto, carezza, toccare, colpo, far centro, riconoscere l’altro, colpirlo, gratificarlo, attaccarlo,… comunque, dirgli che esiste e che ha importanza, nel bene e nel male. Queste carezze possono infatti essere considerate come delle reali unità di misura delle relazioni umane. Infatti, più la carezza sarà intensa, oppure svalutante, più la relazione sarà considerata come positiva, oppure negativa, dalla persona. Così, secondo l’Analisi Transazionale, l’intensità o la colorazione piacevole o spiacevole delle nostre relazioni umane possono essere caratterizzate e in un certo modo misurate, facendo riferimento al grado di carezza scambiate.All’origine di tutti i nostri rapporti esiste questo bisogno imperioso di carezze. E’ una vecchia storia! Un individuo non può sopravvivere, se non a condizione che gli altri si occupino di lui, pensino a lui, manifestino sentimenti nei suoi riguardi: ciò si traduce in scambi, verbali e non verbali e in contatti psichici : conversazione sorrisi, sguardi significativi, strette di mano, baci o carezze.
Ciascuno ha bisogno di essere riconosciuto e di riconoscere l’altro, di scambiare carezze: “io esisto, tu esisti” (cfr. le esperienze effettuate su neonati che muoiono per carenza di contatti fisici). OKEITA’ ?
Questa sete di carezze è così importante che è stato provato che un individuo preferisce ricevere dagli altri carezze negative, piuttosto che non riceverne.
LE CAREZZE A SCUOLAIl condizionamento culturale europeo non favorisce né l’espressione, né l’accettazione delle carezze positive, siano esse condizionali, per cui l’altro è riconosciuto per quello che fa, o incondizionali, per cui l’altro è riconosciuto per quello che è, potendo ciascuna essere positiva o negativa. E’ un’affermazione che si può già verificare in famiglia: i genitori danno molta più importanza al brutto voto del loro figlio in una materia, che alla sua buona riuscita in un’altra disciplina.Analogamente può accadere tra i diversi ruoli che interagiscono nella scuola, per cui un incarico affidato in ottica collaborativa e ben svolto è considerato una cosa normale e non sarà sanzionato positivamente, per contro, un insuccesso sarà sottolineato e commentato. La carezza positiva è invece determinante se si vuole rafforzare l’impegno nel lavoro di una persona.
La stessa cosa è vera anche nel rapporto pedagogico.
E’ nota infatti l’importanza d’aumentare l’interesse in colui che impara, per stimolare in lui il desiderio di continuare ad imparare. Ora, per le stesse ragioni di condizionamento culturale l’insegnante spesso è portato a non lasciarsi andare ad “accarezzare positivamente” l’allievo, come,, allo stesso modo, quest’ultimo non s’aspetta di ricevere una carezza positiva. All’opposto, sanzionare negativamente è ammesso, anche se è meno efficace.Questa negazione di carezze positive si spiega col fatto che l’insegnamento è basato sulla differenza illusoria tra l’insegnante che sa, che ha ragione, che corregge e l’allievo che non sa, che ha torto, che deve essere emendato. La carezza positiva, in un simile contesto, ha sentore di favoritismo (il beniamino) ed è vissuto dalle due parti come colpevolizzante.Quando l’insegnante è confermato nel suo valore di pedagogo, vale a dire quando constata che l’allievo lavora bene, la carezza positiva che gli dà è, alla fine, una carezza che dà a se stesso, ma non appena la difficoltà del compito lo rimette di fronte alla sua incapacità di pedagogo, alla sua difficoltà di individuare la spiegazione adeguata alla comprensione dell’allievo, egli toccato nel suo Bambino Adattato che non riesce, provvede subito ad accarezzare negativamente l’allievo e in maniera incondizionata.
Si può dire nello stesso modo, che è a se stesso che indirizza quella carezza negativa?
E’ sempre lui che determina la realtà della situazione, è l’allievo che ne fa le spese.
Ed è così che si deteriora il rapporto pedagogico. Imparare ad “accarezzare” positivamente l’altro non è cosa comune.
Tuttavia ciò rafforzerebbe la sua motivazione, gli darebbe fiducia e lo condurrebbe verso la riuscita.
Una pedagogia fondata su carezze positive è molto più efficace di una pedagogia repressiva fondata su transazioni di dipendenza e subalternità
(Genitore Critico – Bambino Adattato) ,
e la relazione interpersonale così creata è positiva sia per l’insegnante che per l’allievo.

COSA e' il COUNSELING


Il counseling è una professione relativamente giovane (si definisce negli anni '50 in America) ed è un intervento finalizzato a operare sulla salute più che sulla patologia ed è questo uno degli elementi che lo distingue dalla psicoterapia.
L'obiettivo del Counselor è far sì che l'individuo riesca a potenziare le proprie risorse e a creare le condizioni relazionali ed ambientali che contribuiscano al suo benessere. In altre parole, favorisce in tempi rapidi la presa di coscienza dei meccanismi interiori che spesso spingono a comportamenti ripetitivi negativi, a processi di bloccaggio, evitamento, ansia e conflitto.
Il Counselor ha conseguito un master triennale e opera da anni sia nell'individuale che nei gruppi stimolando il cliente ad operare un adattamento creativo dell'organismo all'ambiente. Questo tramite tecniche integrate ,strategiche e brevi, centrando l'attenzione sulla salute del cliente, e sui suoi punti di forza (che tutti hanno anche se talvolta ci si dimentica).
Qual è il suo punto di forza?
Il principale è la rapidità. Al contrario di un percorso psicoterapeutico, il counseling permette di raggiungere risultati (l'obiettivo definito nel primo incontro dal cliente) in tempi brevi. In alcuni casi con tecniche di counseling breve, è sufficiente una sola seduta perché il cliente acquisisca un punto di vista completamente nuovo e risolutore sul suo problema.
A chi si rivolge?
A tutti coloro che in un momento particolare della loro vita si trovano a sperimentare situazioni di disagio e sensazioni spiacevoli che sembrano non avere termine. Momenti dell’esistenza in cui nessuna soluzione sembra essere a portata di mano. E’ il giovane che lascia gli studi "senza una ragione", è la tristezza profonda legata a un abbandono o a una perdita, è l'adulto che non si riconosce più nella sua vita professionale e nel rapporto con gli altri. E' l'anziano che sente la necessità di affrontare i cambiamenti psico-fisici con strumenti più adeguati.